Lunedì, 12 Maggio 2008

Al Cinema > Caserta
in collaborazione con mymovies.it.

Avellino, Caserta, Benevento, Marcianise, Mercogliano, Torrecuso.



Speed Racer

Un film di Andy Wachowski, Larry Wachowski. Con Emile Hirsch, Susan Sarandon, John Goodman, Christina Ricci, Matthew Fox, Hiroyuki Sanada, Ji Hoon Jung, Richard Roundtree, Roger Allam, Benno Fürmann.
Genere Azione - USA, 2008. Durata 135 minuti circa.


Unendo computer grafica e live action, i fratelli Wachowski penetrano nel regno dei colori acid pop e dell'istinto ludico
La storia, riadattata in chiave live-action, dello spericolato Go alla guida della Match 5, una macchina da corsa piena di trucchi e gadget elettronici.
di Marianna Cappi


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Speed Racer è un talento naturale dell'automobilismo; figlio di un costruttore di vetture da corsa, di una madre che al centro del salotto sfoggia il prototipo dell'auto della casa, fratello minore di Rex, morto in corsa, e maggiore di Spritle che, con l'inseparabile scimpanzè Chim-Chim, forma il tifo più entusiasta e imprevedibile che un atleta possa desiderare. Eppure il sogno di Speed è costretto ad infrangersi contro la realtà di un mondo corrotto, dove le grandi competizioni sono decise in partenza dagli sponsor multimiliardari e dove chi non si lascia comprare da un imprenditore senza scrupoli rischia di non superare mai la linea di partenza. Fedele all'azienda di famiglia e soprattutto al suo spirito appassionato e indipendente, Speed si allea con il misterioso Racer X per mettere fine agli illeciti dello sport e dimostrare quel che sa fare: vincere.
Ci vorrebbe un altro carattere di stampa per parlare di Speed Racer, ultima fatica dei fratelli Wachowski, dal sudore virtuale e dall'impatto iperreale. Unendo computer grafica e live action, i "warner bros" hanno abbandonato le atmosfere dark a metà tra sogno e incubo della trilogia di Neo per penetrare nel regno del colore, dell'esuberanza e della soddisfazione di ogni istinto ludico: il cartone animato.
Nella reinvenzione del cult di Tatuo Yoshida, in Italia noto come “Go go Mach 5”, più che sulla velocità dei bolidi o sui loro duelli acrobatici - che hanno ispirato la definizione di car-fu, il kung-fu delle quattro ruote -, la sfida che i Wachowski hanno vinto in partenza è quella della novità dell'immagine.
Dalla complessità dei livelli narrativi sincronici di Matrix si passa qui alla messa a fuoco contemporanea di tutti i piani, dal dettaglio al campo lunghissimo. La sproporzione tipica del disegno animato (e, in qualche modo, dell'arte) viene sposata come mai prima in un film di attori in carne ed ossa, per cui un sorriso può riempire lo schermo e seguire a ruota l'inquadratura di un intero skyline di grattacieli. Le regole di composizione e di successione s'ispirano solo alla fantasia e al collage di stili, con una predilezione per l'acid-pop.
La narrazione è lineare, senza piroette, scandita come un videogioco da quattro "quadri" principali, corrispondenti ai quattro circuiti su cui si lancia la Mach 5 di Emile Hirsch.
Babbo John Goodman, mamma Susan Sarandon, Christina "Trixie" Ricci e la popstar coreana Rain, nella tuta di Taejo Togokhan, più che un provino sembrano aver superato il test della trasformazione in fumetto. Persino la back-story di Racer X, coltivata nel segreto, nel sacrificio e nell'esagerazione, è ingrediente immancabile di ogni "anima" giapponese.

A Caserta: Cinema Duel

In provincia di Caserta: Marcianise

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Notte brava a Las Vegas

Un film di Tom Vaughan. Con Cameron Diaz, Ashton Kutcher, Treat Williams, Dennis Miller, Rob Corddry, Lake Bell.
Genere Commedia - USA, 2008. Durata 99 minuti circa.


Un'irresistibile performance screwball, una guerra tra sessi senza esclusione di colpi (di fulmine)
Due giovani estranei, dopo una notte di eccessi a Las Vegas, scoprono di essersi sposati senza in realtà volerlo veramente.
di Marzia Gandolfi


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Jack Fuller è uno scapolo impenitente che non finisce mai quello che comincia, Joy McNally è una bionda broker di New York che porta tutto diligentemente a termine. Lui perde il lavoro per poca applicazione, lei il futuro sposo per troppa sollecitudine. Licenziati senza troppi convenevoli, trovano rifugio e piacere a Las Vegas, dove si incontrano, si ubriacano e si sposano. Finiti gli effetti dell'alcol cercano di divorziare e di conservare tre milioni di dollari vinti da Jack con il quarto di dollaro di Joy. Peccato che un giudice tradizionalista decida per loro altrimenti: sei mesi di convivenza forzata e congelamento della vincita al Jackpot. Intraprenderanno così un periodo obbligato e "idilliaco" da marito e moglie.
Notte brava a Las Vegas è una commedia romantica perfettamente sospesa fra la verticalità dello skyline di New York e le architetture a tema di Las Vegas. La commedia della nuova Hollywood, dopo aver sdoganato, consumato e perduto ogni segreto dei corpi, sembra trovare nella "notte brava" di Cameron Diaz e Ashton Kutcher i tempi giusti e l'energia erotica necessaria a sostenere l'arte dell'allusione. Questa volta la posta cruciale non è né il sesso, né il piacere, ma il matrimonio, o meglio il ri-matrimonio. Perché Jack e Joy si sono già sposati a Las Vegas per eccesso di alcol, di ormoni e di leggerezza (probabilmente generazionale).
Costretti a una sei mesi di formazione sentimentale, che guarda con nostalgia alla "notte" di Frank Capra, la coppia Kutcher/Diaz darà corpo e vita ad un'irresistibile ed inesausta performance screwball, una guerra tra sessi e tra due individualità menomate. A Joy manca la capacità di abbandonarsi, a Jack la capacità di trattenere. Lei conserva il posto di lavoro e l'anello di una promessa d'amore infranta, lui lascia andare il lavoro e qualsiasi promessa di amore eterno. Sposandosi a Las Vegas e divorziando a New York recupereranno il "senso" mancante e la pienezza dei sensi, evolvendo fino a scoprirsi innamorati. Dalla città al grado zero dell'urbanità, della architettura e della cultura si sposteranno nella città della socialità, dell'arte e del pensiero. Lo spazio urbano non offre perciò soltanto un climax sentimentale ma accompagna e traduce, amplificata e allargata, la storia d'amore di Jack e Joy: la commedia del matrimonio celebrato in un simulacro urbano contro una città che, come l'amore, ha bisogno di essere vissuta e consumata quotidianamente per essere realmente compresa.
Cameron Diaz è al solito abilissima ad alzare i toni quando occorre e Ashton Kutcher lo è altrettanto a contenerla.

A Caserta: Cinema Duel

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Carnera - The Walking Mountain

Un film di Renzo Martinelli. Con Andrea Iaia, Anna Valle, Burt Young, F. Murray Abraham, Paul Sorvino, Paolo Seganti, Kasia Smutniak, Antonio Cupo, Eleonora Martinelli.
Genere Biografico - Italia, 2007. Durata 123 minuti circa.

Il Carnera di Martinelli racconta con propensione retorica lÂ’ascesa e la caduta del campione gigante del ventennio fascista
Vita, amori e soprattutto pugni - dati e presi - di una leggenda del pugilato, Primo Carnera.
di Marzia Gandolfi


Primo Carnera pesa alla nascita otto chili e a dieci anni il banco di scuola è già troppo piccolo per contenere la mole e le proporzioni del campione che sarebbe diventato nel Nuovo Mondo. Nato sulle montagne del Friuli, Primo conosce la fame ed è costretto ad emigrare in Francia per sopravvivere. Approdata sulla pista polverosa di un circo, l'imponenza fisica del gigante friulano, due metri per centoventi chili, colpisce l'immaginazione dell'ex campione di pesi massimi Paul Journèe. Costruita una vincente carriera da professionista, Primo Carnera attraversa in prima classe l'oceano e si guadagna il titolo di campione del mondo dei pesi massimi contro Jack Sharkey nell'arena del Madison Square Garden gremita di italiani esultanti. Era il 1933 e il regime fascista si impadronì del mito, esibendone le virtù fisiche e morali e sollecitando l'orgoglio patriottico.
Con Primo Carnera l'Italia fece la vera scoperta di massa del pugilato ad altissimo livello. Correvano gli anni '30 quando l'imponente fenomeno friulano, affamato e squattrinato, conquistò a suon di pugni il Sogno Americano offrendo una speranza al suo pubblico prevalentemente italiano. Dopo il Mercante di pietre e la rivendicazione dei valori cristiani dell'Occidente davanti al mondo islamico, Renzo Martinelli vorrebbe, ma non può, tratteggiare il profilo di un'epoca attraverso la storia di un singolo. Vorrebbe, ma non può, narrare l'ascesa, la caduta e la seconda opportunità di un pugile italiano attraverso un racconto morale all'ombra nera dell'era fascista.
Totalmente alieno al mondo dello sport e del pugilato in particolare, Martinelli gira un prodotto televisivo artificioso e retorico con una propensione moralista e consolatoria, raccontando con ipocrisia e facili sentimentalismi l'Italia del primo ventennio fascista. Carnera non brilla nemmeno per originalità narrativa e visionaria novità, possiede piuttosto una disonestà di fondo, che inganna e ricatta lo spettatore ricorrendo a facili scorciatoie melodrammatiche. Al Carnera di Martinelli non riesce neppure l'indagine sociologica di una nazione obnubilata dalle "spacconate" di regime e non c'è traccia, se non in qualche graffiata e veloce inserzione di repertorio, dei nostri emigranti e dell'umiliante trafila a cui venivano sottoposti al loro arrivo.
Martinelli, che si dichiara da sempre alla stampa ultimo baluardo della cultura europea contro quella onnivora e fagocitante degli States, finisce per girare un film dagli evidenti risvolti nazionalistici e tutto sommato "americano", non tanto per l'ambientazione quanto per il suo iscriversi nell'universo codificato del film pugilistico hollywoodiano. Il risultato è un apologo della virtù che persevera e non si arrende, dalla caduta all'happy end con giro di valzer: il pugilato come occasione di riscatto sociale, il ritiro e la rentrée dell'eroe nel recinto quadrato, la rivelazione casuale del suo talento, la carriera pugilistica sintetizzata col montaggio di titoli e foto sui giornali, il pathos delle scene madri davanti agli affetti familiari, le mogli fabbriche di eroi relegate oltre le corde del ring e dentro le camere d'albergo.
L'unica stella è per Primo Carnera, fenomeno fisico e pugile genuino che il cinema di Alessandro Blasetti e di Carmine Gallone, tra gli altri, immortalò facendolo esordire corpo-attore nel film di genere. I campioni come Carnera sapevano battersi con umiltà e incassare con eleganza. Come diceva Artaud, il pugile è un "atleta del cuore".

A Caserta: Cinema Duel

In provincia di Caserta: Aversa, Marcianise

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Mongol

Un film di Sergej Bodrov. Con Tadanobu Asano, Honglei Sun, Khulan Chuluun, Odnyam Odsuren, Aliya, Ba Sen.
Genere Storico - Kazakhistan, Russia, Germania, 2007. Durata 120 minuti circa.


Un'epopea storica che ricostruisce realisticamente la vita del sanguinario Gengis Khan
Nelle distese desolate dell'Asia, nei territori della Mongolia, ha vissuto e lottato uno dei condottieri più spietati e cruenti che siano mai esistiti: Genghis Khan.
di Pierpaolo Simone


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Lontano nel tempo, lontano nello spazio. Nelle distese desolate dell'Asia, nei territori della Mongolia, ha vissuto e lottato uno dei condottieri più spietati e cruenti che siano mai esistiti: Genghis Khan, colui che ha conquistato - a partire dal 1200 - enormi territori, creando uno degli imperi più vasti che la storia ricordi.
Il premio Oscar Sergei Bodrov (Il prigioniero del Caucaso), uno dei più apprezzati registi russi contemporanei, mette in scena un'epopea storica che ricostruisce la nascita del guerriero Temugin, consegnato alla storia come il sanguinario Khan (condottiero) dell'impero mongolo, ritraendolo dalla nascita e riportando le varie tappe di una vita di stenti e umiliazioni, fino alla battaglia che lo lanciò definitivamente verso la costruzione del suo sconfinato impero. Nato nel 1162, il piccolo Temugin subisce soprusi e angherie da parte delle fazioni rivali, assiste alla morte del genitore e rischia a sua volta di rimanere ucciso. Privato della moglie bambina – scelta quando era poco più di un fanciullo – la avrà accanto per tutta la vita, lottando contro tutto e tutti pur di tenerla al proprio fianco. Girato nei veri luoghi che nei secoli scorsi hanno ospitato l'impero (spesso raggiungibili dopo ben quindici ore di viaggio dai centri abitati più vicini), obiettivo di Bodrov è quello di restituire alle cronache un personaggio diverso dal sanguinario conquistatore dipinto sui libri di storia, delineandone caparbietà e temerarietà nell'affrontare la vita e il nemico.
Un kolossal di due ore con scene cruente a base di digitale e luce naturale (creando un effetto realistico davvero impressionante), un film che punta sui sentimenti e sulle battaglie all'ultimo sangue, trascurando forse qualche dettaglio storicamente rilevante o magari contraendo il tempo con delle ellissi troppo accentuate. Ma Mongol è e resta un bell'affresco, una pagina di buon cinema che ricorda un passato remoto in cui un condottiero di nome Genghis Khan, è entrato nella storia.

A Caserta: Big Maxicinema (Marcianise)

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Saw IV

Un film di Darren Lynn Bousman. Con Tobin Bell, Scott Patterson, Betsy Russell, Costas Mandylor, Lyriq Bent, Justin Louis, Athena Karkanis, Simon Reynolds, Mike Realba.
Genere Horror - USA, 2007. Durata 94 minuti circa.


Congegni improbabili e violenza esibita in una vertigine nauseante dello sguardo
Durante l'autopsia di Jigsaw viene scoperta un'altra cassettina. Altre persone sono cadute nella micidiale trappola dell'assassino. Il gioco è ricominciato…
di Matteo Treleani


Consigliato: No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

La morte dell'assassino, Jigsaw, non dà fine alla sequenza di omicidi. Ad attendere lo spettatore, nel quarto episodio di Saw, una nuova serie di marchingegni infernali, azionati di volta in volta dalle stesse vittime, in una catena diabolica che trasforma i buoni in mostri.
Alla regia ancora lo sperimentato Darren Lynn Bousman (l'ideatore, James Wan, era alle prese con l'inutile mitizzazione del bambolotto per ventriloqui in Dead Silence). Svuotato di ogni novità, persa nella ripetizione esasperata, di Saw resta la potenza della macchina, l'idea di un congegno sadico che costringe la vittima a uccidere per salvarsi. Almeno nel caso meno contorto. In altri deve ferirsi gravemente o persino mutilarsi. Con il quarto episodio in meno di quattro anni, mentre la rete impazza di fan, Saw sprofonda nel gore più perverso e fin dall'inizio mostra un'autopsia nei minimi dettagli. Sorta di dichiarazione d'intenti, posta in apertura, che fa dell'esibizione del macello del corpo il suo tema portante. La macchina da presa non gioca sul vedere/non vedere, su cui gran parte del cinema horror ha basato gli effetti di tensione: in Saw si mostra tutto, dando una sorta di vertigine nauseante dello sguardo, non solo per il contenuto delle sequenze, ma per il modo, ossessivo, in cui la violenza è presentata. Ora, se Saw non ha contenuti pornografici, mette però in scena una pornografia della visione, ne usa gli stessi procedimenti, amplificando ed estetizzando la violenza.
Di esempi simili, nei media, ce ne sono fin troppi, e, come Saw IV, non andrebbero classificati nel genere horror pur facendo orrore. Poco importa che a differenza di molte immagini che circolano sui canali tradizionali, l'orrore di Saw IV non sia reale. L'effetto di senso produce lo stesso risultato: pornografico nel modo di rappresentazione messo in atto. Saw non fa paura. Anzi, fa quasi ridere, i congegni sono improbabili, al punto da far pensare a una parodia. Agisce non sui sensi (se non vogliamo parlare dello stomaco) ma sulle perversioni. Come la pornografia Saw non ha significato al di là dell'immagine mostrata. Si ferma alla gratuità della violenza che esibisce e alla sua natura di prodotto commerciale. Come la pornografia, d'altronde, anche Saw ha successo.

A Caserta: Cinema Duel

In provincia di Caserta: Aversa, Marcianise, Sant Arpino

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Iron Man

Un film di Jon Favreau. Con Robert Downey Jr., Terrence Howard, Jeff Bridges, Shaun Toub, Gwyneth Paltrow.
Genere Azione - USA, 2008. Durata 126 minuti circa.


Robert Downey jr. dona con glamour la doppia identità al supereroe dal cuore artificiale e l'alter ego metallico
Uno scienziato milionario dalla personalità tormentata subisce un grave incidente. Per riuscire a sopravvivere inventa una speciale tuta che gli conferisce incredibili poteri per combattere il male.
di Marzia Gandolfi


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Anthony Stark è un inventore geniale e miliardario col vizio delle donne (tante) e delle attività filantropiche. Ereditato patrimonio e ingegno dal padre scomparso in un incidente d'auto, Tony (per amici e amichette) conduce e amministra le Industrie Stark, produttrici e prime fornitrici di armi per il governo americano. Durante un test in medioriente, per verificare l'efficienza di un'arma sperimentale, viene catturato da un gruppo di estremisti. Ferito al cuore da una scheggia è soccorso e curato da Yinsen, un fisico esperto di cibernetica che gli applica un organo artificiale. Obbligato dai guerriglieri a costruire un'arma invincibile per la loro causa, Tony progetta in segreto un'armatura per fuggire alla prigionia. Rientrato negli Stati Uniti è deciso a cambiare vita, a riparare alle ingiustizie e a "industriarsi" a favore dei più deboli. Perfezionata l'armatura con la tecnologia avanzata diventa Iron Man, un (super)eroe "umano, troppo umano".
Fumetto e cinema nascono insieme più di un secolo fa e si spiano da subito. Due linguaggi con origini diverse e identità distinte che pure hanno saputo dialogare intensamente: confrontandosi, convivendo, divorziando, riconciliandosi e riconfigurando le reciproche estetiche. L'Iron Man di Jon Favreu, nell'intensa economia di scambio tra fumetto e cinema, realizza un enorme salto di qualità, dimostrando la reciprocità produttiva dei due linguaggi, che nell'ultimo decennio si era spinta in direzione di un'autentica cannibalizzazione.
L'archivio "eroico" della Marvel è diventato un vero e proprio laboratorio per la creazione, anche se non sempre riuscita e puntuale, di nuovi modelli estetico-narrativi dell'industria cinematografica, come dimostra l'insistita trasposizione sullo schermo di un esteso repertorio dei loro personaggi: da Spider Man agli X-Men, dai Fantastici Quattro ad Iron Man, e per continuare nel futuro prossimo con Hulk e Capitan America.
Creato da Stan Lee, Don Heck e Jack Kirby nel 1963 per la rivista "Tales of Suspense", Iron Man è un eroe conservatore che ieri ha "armato" il Vietnam ed oggi "attrezza" l'intervento afgano. Come Batman è orfano di padre e madre, come Batman si ritrova sul tetto di casa vestito da eroe mascherato (e non da supereroe) contro una luna rotonda, come Bruce Wayne è industriale multimiliardario, playboy incallito e filantropo svagato. Le affinità terminano qui, perché Tony Stark e il suo alter ego metallico sono tutt'altro che rabbuiati, non hanno paura di cadere (ci si può sempre rialzare), non hanno paura di sbagliare.
Iron Man è l'esoscheletro (quasi) invincibile di un reduce che ha deciso di risarcire il mondo. Jon Favreu, subito dopo i titoli di testa, gira la scena originaria, quella che origina il film e dà origine all'eroe. Come tutti i suoi compagni di supervite e superavventure, Tony Stark ha subito un incidente e una perdita traumatica (quella del cuore). Di questa scena primaria la caverna dei ribelli è lo scenario, il luogo in cui avviene l'esperienza dello smarrimento, il processo di apprendimento dell'uomo e la conversione nell'eroe.
Dopo essere stato un disegno animato in A Scanner Darkly, Robert Downey Jr. torna a recitare con sfondi agitati, indossando un'armatura, sviluppando una doppia identità e combattendo il supervillain di Jeff Bridges. Soltanto la sua performance glamour (e "in carne e ossa") poteva trovare l'equivalente plastico-dinamico del personaggio disegnato su carta, restituendone l'aura ed eliminando la seccatura del ridicolo, che si ripresenta a ogni traduzione del fumetto al cinema.

A Caserta: Cinema Duel

In provincia di Caserta: Curti, Marcianise, Sant Arpino

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Step Up 2 - La Strada per il successo

Un film di Jon Chu. Con Briana Evigan, Robert Hoffmann, Will Kemp, Cassie Ventura, Adam Sevani.
Genere Commedia - USA, 2008. Durata 98 minuti circa.


Un passo avanti rispetto al film apripista, non vive solo di numeri di ballo ma ha un'energia propria
Andy e Chase, due giovani molto diversi per mezzi economici e carattere, si innamorano grazie alla comune passione per il ballo. Ma stare al passo di due stili così diversi è dura…
di Marianna Cappi


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Andy, la nuova arrivata alla Maryland School of the Arts, ha pochi mezzi ma un obiettivo fermo: partecipare a "the Streets", la più importante competizione di ballo hip-hop di Baltimora. Anche Chase, il ragazzo più ricco e concupito dell'istituto, sogna quella gara, per distinguersi dagli altri e sfidare le convenzioni della scuola. Insieme, vanno a caccia di talenti misconosciuti e formano una "crew", all'insaputa di Blake, fratello di Chase e rigido direttore della MSA.
Il soggetto di Step Up 2 sembra costruito sul riflesso del primo capitolo, come se anche la sceneggiatura fosse ricorsa ad uno specchio, elemento chiave della scenografia dei film sul ballo. Nel film diretto da Anne Fletcher, il protagonista era un ragazzo bianco proveniente da un ghetto di neri (Tyler/Channing Tatum), catapultato, per caso e per amore della prima ballerina, nel milieu della scuola d'arte, moderna versione dell'inarrivabile accademia newyorkese di "Fame". Qui, Andie viene dallo stesso quartiere, ha lo stesso viso pallido e la stessa grinta. Proprio grazie all'intercessione di Tyler, anche lei capita nella scuola d'élite e s'imbatte nel primo ballerino, ribelle e insoddisfatto. Se Tyler combatteva per essere ammesso, Andie lotta per non essere estromessa; se il primo portava la break-dance sui palchi dabbene, la seconda porta gli studenti dabbene per le strade buie di periferia. Ma, nonostante lo schematismo del plot, non c'è dubbio che il numero due si situi effettivamente un "passo" avanti rispetto alla pellicola apripista.
La regia passa nelle mani dell'esordiente Jon M.Chu e, se volessimo definire la sequenza d'apertura del film come il suo provino, dovremmo aggiungere che tanto basta per promuoverlo. Come nei migliori esempi del genere, la coreografia si fa scambiare inizialmente per realtà e la realtà si mescola con il palcoscenico virtuale di YouTube, svecchiando all'improvviso un intero universo. Il resto del film, purtroppo, non mantiene le promesse in quanto a stile, ma non mancano un paio di ottime coreografie, dall'assolo di Tyler, in testa, alla coreografia dei 410 (la prima crew di Andie) in coda.
La naturalezza delle interpretazioni di Robert (Chase) Hoffman e Briana (Andie) Evigan, e il simpatico gruppo di macchiette outsider che li affiancano in prospettiva del grande evento di street-dancing, fa sì che il film non viva soltanto dei numeri di ballo, ma abbia un'energia propria, indubbiamente suggerita dalla musica onnipresente e sabotata dalla prevedibilità di un copione che procede ancora una volta sul doppio binario dei due mondi opposti, troppo lontani l'uno dall'altro per non finire in un bacio appassionato.
Narrativamente meno attento alle dinamiche del ghetto e più incline alla commedia, il secondo Step Up, dunque, non è un passo falso, ma nemmeno un'acrobazia.

A Caserta: Cinema Duel

In provincia di Caserta: Marcianise

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3ciento - Chi l'ha duro… la vince!

Un film di Jason Friedberg, Aaron Seltzer. Con Sean Maguire, Carmen Electra, Kevin Sorbo, Method Man, Diedrich Bader, Ken Davitian.
Genere Commedia - USA, 2008. Durata 84 minuti circa.


Parodia prevedibile e mai crudele del cult movie 300
Il film prende in giro il machismo degli eroi greci di 300.
di Marzia Gandolfi


Consigliato: Assolutamente No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Grecia, 480 A.C. Il re spartano Leonida rifiuta di annettere Sparta al già immenso impero persiano. Consultato l'oracolo e contro il parere degli efori, partirà con trecento opliti dal muscolo epico alla volta dello stretto passo delle Termopili. In una lotta impari affronterà lo smisurato esercito di Serse.
L'evento bellico è noto, così lo tramandano e lo riferiscono il classico Erodoto, il grafico Frank Miller e il regista pop(paro) Zac Snyder. Il soggetto resta invariato anche nella versione demenziale dei registi Jason Friedberg e Aaron Seltzer, che questa volta non si limitano al compito esclusivo di (ri)produrre l'antologia delle scene più rappresentative della passata stagione.
Impacchettato in soli ottantaquattro minuti, 3ciento - Chi l'ha duro… La vince! è la parodia agghiacciante del (già) cult movie 300, di cui è sberleffo patetico e mai crudele. Perché la parodia dovrebbe essere in grado di gettare luce sul testo originale preso a bersaglio e non esaurirsi in una serie più o meno riuscita di gag desunte dal modello in questione.
Meet the Spartans (questo è il titolo originale), limitandosi a "scolpire" i corpi e a moltiplicarli col blue screen, ovvero con lo sfondo virtuale, non spiega niente dei modelli che parodizza e si presenta come luogo della conservazione di fronte a un modello decisamente più sovversivo.
L'ideologia "oltraggiosa" dell'originale, Leonida come ultimo ed eterna sentinella yankee della "frontiera", e la bellezza figurativa vengono ribaltate in maniera elementare e condite (abbondantemente) con l'elemento scatologico. 3ciento è un film in cui i soldati spartani sono "checche" sfacciate e represse e la loro regina una "sgualdrina" arrapata e disponibile; siamo insomma al livello primitivo dei ribaltamenti. Le situazioni sono prevedibili e la denuncia del trash televisivo è fuori tempo massimo.
Se è vero che la parodia cinematografica è parte attiva nei processi di definizione del gusto di un'epoca storica, allora questi sono davvero tempi "duri", in cui assistiamo basiti a gallerie di pallidi epigoni (Rocky, James Bond, Shrek), a una progressione drammatica debole e a monologhi comici nati già vecchi. L'orizzonte della risata, per il momento, non muta.

A Caserta: Cinema Duel

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21

Un film di Robert Luketic. Con Jim Sturgess, Kate Bosworth, Laurence Fishburne, Kevin Spacey, Aaron Yoo, Liza Lapira, Jacob Pitts, Josh Gad.
Genere Drammatico - USA, 2008. Durata 125 minuti circa.


Un film leggero, senza pretese, che offre un piacevole intrattenimento
Sei studenti, formati da un insegnante per diventare esperti nel gioco delle carte, riusciranno a vincere milioni di dollari nel casino di Las Vegas.
di Andrea Chirichelli


Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Ispirato ad una storia vera, 21 racconta le gesta di Ben Campbell, brillante studente del Mit che, per raggranellare i soldi necessari a pagarsi l'università, decide di unirsi a un gruppo scelto di cervelloni che ogni settimana, dotati di false identità, saccheggiano i casinò di Las Vegas grazie alla loro abilità nel gioco del Blackjack, guidati da Micky Rosa, un geniale e ben poco ortodosso professore, capace di elaborare un sistema infallibile per vincere, basato su segnali e conteggi matematico-probabilistici applicati al gioco. Le iniziali fortune fanno montare la testa a Ben che, invaghito della bella compagna di avventure Jill Taylor, si spinge sempre più in là, fino ad arrivare a superare il punto di rottura, rappresentato da Cole Williams, manager della security del casinò che non vede di buon occhio i continui successi di Ben…
Il casinò è uno dei luoghi meglio frequentati dal cinema: è stato teatro di numerosi film di successo e promana sempre un fascino particolare. Nonostante sia ispirato ad una storia vera (sembra incredibile, eppure è così, e il romanzo "Bringing Down the House" è lì a ricordarcelo), 21 strizza l'occhio in maniera più o meno smaccata alla trilogia di Ocean's, con al posto delle rinomate star guidate da Clooney, un gruppetto di giovani promesse con pochi soldi (nel film, ovviamente) e molto cervello. Il vero spettacolo però, prevedibilmente, si ha quando nell'arena scendono i sempre amabili Kevin Spacey (che si diverte come un matto) e Lawrence Fishburne che danno lezioni di stile e dimostrazione di consumato talento.
Purtroppo, anche a causa di uno script abbastanza prevedibile, la regia di Luketic, più a suo agio nelle commedie che in film di questo tipo, non riesce a mantenere alto il ritmo del film, né a distinguerlo da classici del genere "truffe in grande stile" come La stangata e simili.
Se a questo aggiungiamo una durata francamente eccessiva, almeno in relazione alla quantità di eventi e colpi scena presenti nella storia, quel che ne esce è un film leggero, senza pretese, che offre un piacevole intrattenimento, ma nulla di più.

A Caserta: Cinepolis (Marcianise) | Big Maxicinema (Marcianise) | Lendi (Sant Arpino)

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L'altra donna del Re

Un film di Justin Chadwick. Con Natalie Portman, Scarlett Johansson, Eric Bana, David Morrissey, Kristin Scott Thomas, Mark Rylance, Jim Sturgess.
Genere Drammatico - Gran Bretagna, 2008. Durata 115 minuti circa.


Un film romanzesco di ambito familiar-dinastico dal buon impatto visivo
La storia di due sorelle, Mary e Anne Boleyn, e dei loro rapporti con il re Enco VIII d'Inghilterra, che fu mante della prima ma ripudiò la moglie Caterina d'Aragona per sposare la seconda.
di Giancarlo Zappoli


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Enrico VIII regna sull'Inghilterra e desidera un figlio maschio che la moglie, Caterina di Aragona, non sembra essere in grado di dargli. Sir Thomas Boleyn (Bolena per noi italiani) vede nella figlia Anna una potenziale attrattiva per il re che va colta nel momento in cui costui verrà ospitato in casa per una battuta di caccia. Le cose non vanno come l'uomo vorrebbe perchè Enrico viene attratto dall'altra figlia dei Boleyn, Mary, che farà sua amante e da cui avrà un figlio. Ma, nel frattempo, Anna (temporaneamente inviata presso la corte di Francia) ha fatto ritorno in Patria ed appare al re sotto una luce diversa. Riuscirà a farla divenire sua moglie ripudiando Caterina e imponendo lo strappo con la Chiesa Cattolica che porterà alla formazione della Chiesa Anglicana. Ma anche questa sarà una relazione tormentata.
Prendete un regista che si è fatto le ossa in numerose serie televisive e mettetegli a disposizione un trio formato da Bana, Portman e Johansson. Offritegli poi una costumista (Sandy Powell) con 2 Oscar sullo scaffale (Shakespeare in Love e The Aviator, degli interni di forte impatto visivo e un libro di successo (di Philippa Gregory) a cui ispirare la sceneggiatura e il gioco è fatto.
L'altra donna del Re interviene in modo romanzesco sul dato storico offrendo due ore circa di onesto spettacolo da fruire prima in sala e poi assolutamente godibile sullo schermo televisivo così come lo sono state le varie 'Elizabeth' che lo hanno affollato in questi ultimi anni. Nulla di straordinario dunque ma neppure di mediocre come una critica supponente potrebbe suggerire. Il cinema è (e deve essere) anche entertainment. Questo, con i suoi colpi di scena in ambito familiar-dinastico, assolve al compito.

A Caserta: Cinepolis (Marcianise)

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The Hunting Party

Un film di Richard Shepard. Con Richard Gere, Terrence Howard, Jesse Eisenberg, James Brolin, Ljubomir Kerekeš, Kristina Krepela, Diane Kruger.
Genere Azione - USA, Croazia, Bosnia-Herzegovina, 2007. Durata 103 minuti circa.


Un filmone hollywodiano di solido impianto che avvince e si difende malgrado qualche scivolone
In tre alla ricerca di un criminale di guerra efferato in Bosnia. Iniziano le loro indagini, ma quanto più si avvicinano alla verità tanto più le loro vite vengono messe in grave pericolo.
di Paola De Rosa


Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Un famoso e spregiudicato giornalista di guerra e il suo cameraman hanno condiviso una bella fetta di lavoro e di vita fra le trincee di mezzo mondo. Ma il conflitto jugoslavo travolge le loro vite. Sconvolto dalle atrocità a cui ha assistito e dalla morte della donna che amava, trucidata nel suo villaggio bosniaco, Gere perde il controllo in diretta tv e si gioca la carriera. Mentre lui continua a rischiare la pelle girando le zone di guerra da free lance, il compagno di un tempo si imborghesisce e fa carriera al seguito di un famoso anchor man. Ma quando Gere concepisce il folle progetto di catturare un criminale di guerra bosniaco che né Nato né Onu sembrano avere interesse a stanare, le loro strade si ricongiungono.
Ispirato a un fatto di cronaca (tre reporter americani che si misero sulle tracce del criminale di guerra Karadzic nel 2000, cinque anni dopo la fine del conflitto), The Hunting Party è un filmone hollywodiano di solido impianto che avvince e si difende malgrado qualche scivolone. La morale giustizialista incorporata ai film a stelle e strisce risulta irritante e il rancore privato del protagonista banalizza le motivazioni dell'impresa trasformandola nell'ennesima vendetta personale anziché nel colpo di coda di un reporter che non sa vivere in altro modo. Ma va detto che la psicologia contorta dell'inviato di guerra, quel miscuglio di adrenalina, incoscienza e folle razionalità, emerge con una limpidezza che non ci si aspetterebbe da un prodotto così spettacolare.
E un volutamente dimesso Richard Gere, pur tra qualche vezzo e primo piano di troppo, sa infondere al suo personaggio disillusione e ribalderia: ebbene sì, da un ex bellissimo icona degli anni Ottanta è nato ormai un attore bravo e versatile.

A Caserta: Cinema Duel

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La seconda volta non si scorda mai

Un film di Francesco Ranieri Martinotti. Con Alessandro Siani, Elisabetta Canalis, Marco Messeri, Francesco Albanese, Enzo De Caro, Miriam Candurro, Niccolò Senni, Fiorenza Marchegiani, Clara Bindi, Sergio Solli, Paolo Ruffini.
Genere Commedia - Italia, 2007. Durata 100 minuti circa.


Commedia sentimentale e convenzionale all'ombra del Vesuvio e della tradizione napoletana
Giulio, giovane agente immobiliare di successo, rivede Ilaria, la sorella di un suo ex compagno di classe che non vedeva da tempo. E si illude che lei abbia un interesse per luiÂ…
di Marzia Gandolfi


Consigliato: No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Giulio Terracciano è un trentenne apatico, impiegato part-time in un'agenzia immobiliare. Durante una rimpatriata tra vecchi compagni di scuola ritrova Ilaria Fiorito, la bella sorella di un amico. Invaghitosi nel tempo breve di uno sguardo, scopre che la giovane donna è sentimentalmente impegnata con Alberto Ridolfi, un ricco e prestigioso avvocato penalista. Il suo amore avrà la meglio sulle resistenze di Ilaria che capitolerà davanti al mare di Napoli.
La comicità cinematografica italiana nei migliori casi è umorismo, nei peggiori ridicolaggine. Il basso livello deriva da vari fattori. Il primo potrebbe essere l'involgarimento generale e progressivo del Paese. Non è il caso di Alessandro Siani, misuratissimo anche nei triviali cinepanettoni. C'è poi un secondo aspetto: la mancanza di mestiere, e anche questo non difetta al giovane attore napoletano. Il limite della commedia sentimentale, scritta da Siani e diretta da Ranieri Martinotti, sta piuttosto in una terza ragione: da diversi anni il cinema invece di produrre e reinventare non fa altro che sfruttare fino all'esaurimento un filone o un genere e frequentare, per riproporre senza limiti, la Tradizione.
La commedia leggera leggera di Siani fa leva sulla ripetizione, sull'accumulo, sull'enumerazione dei clichè e sulle fissazioni degli italiani (napoletani, milanesi, aretini). La seconda volta non si scorda mai riproduce una convenzionale quotidianità e ride della discreta simpatia e dei leggeri impedimenti che si frappongono alla realizzazione e al trionfo di un eroe piccolo piccolo, che contempla il desiderio di essere moderatamente felice.
In questa direzione il vero trucco del mestiere comico è naturalmente il ricorso alla "napoletanità", all'impasto fra dramma personale ed ambiente pittoresco e alla drammaturgia del disincanto sofferente (quello di Viviani, De Filippo e Troisi). Perché si sa, Napoli nell'immaginario collettivo è la patria di lazzi esilaranti, di frasi che ritornano, di minuscoli qui pro quo. Ancora una volta si ride di una convenzione. Si ride di, non con. Nella "seconda volta" di Siani non c'è alcun filtro interpretativo del mondo, non c'è un atteggiamento preciso nei confronti della vita o una prospettiva morale, c'è piuttosto la superficialità e l'incapacità di scendere dentro le cose. Così basta un bel "Maronna 'o Carmine" per scatenare la risata. Quella che seppellisce e non anticipa né sorprende mai la realtà.

A Caserta: Cinema San Marco

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Ortone e il mondo dei Chi

Un film di Jimmy Hayward, Steve Martino.
Genere Animazione - USA, 2008. Durata 88 minuti circa.


Classico per bambini che si fa metafora profonda del mondo umano
Ortone, buffo elefante dotato di grande fantasia, decide di rispondere al grido d'aiuto proveniente da un granello di polvere e aiutare la microscopica famiglia dei Chi.
di Marianna Cappi


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Il 15 maggio, di buon mattino, l'elefante Ortone sta nuotando in una piscina naturale nella sua giungla, quando sente un debole grido d'aiuto provenire da un minuscolo granello di polvere che fluttua nell'aria. Poiché è un bestione generoso e disponibile, specie verso i più piccoli, non ci pensa un attimo a spostare la sua ingombrante mole fino a raggiungere lo strano granello. Scoprirà che su quel puntino, adagiato su un trifoglio in fiore, vive la Città di Chi non So, abitata dai microscopici Chi. Al primo cittadino, il Sinda-Chi, angosciato dai terremoti che scuotono il suo paese, Ortone promette che metterà in salvo il granello, cioè il mondo dei Chi, anche se questo vorrà dire combattere contro la terribile Cangura, che, vedendolo parlare con un fiore, lo crede matto e vuole rubargli il trifoglio per fargli fare una brutta fine. Ortone e il mondo dei Chi, animazione cinematografica di un classico per bambini del vignettista Dr. Seuss, è la storia degli ostacoli che l'animale più grosso della giungla dovrà superare per salvare gli esseri più piccoli mai immaginati, convinto che "una persona è sempre una persona, non importa quanto sia piccola".
Grazie all'ottima traduzione in rima, che restituisce tutto il sapore d'infanzia di un libro di poche pagine espanso e stirato dalla fantasia senza limiti dei creatori de L'Era Glaciale, il film è dedicato evidentemente ai cuccioli d'uomo, ma porta in sé una molteplicità di livelli e una visione di partenza profonda ed originale, che rappresentano un incontro prezioso anche per lo spettatore adulto.
Ad un primo livello c'è il mondo della giungla, comunità metafora del mondo umano, dove il simpatico Ortone è tenuto sotto controllo da una cangura autoproclamatasi capo di quell'angolo di giungla, che teme la fantasia dell'elefante, giudicandola un vizio diseducativo e socialmente destabilizzante. Milioni e milioni di volte più in piccolo, balziamo al livello dei Chi, sorta di noccioline ricoperte di pelo, che vivono nell'illusione della felicità perpetua e della stabilità assoluta (o sicurezza, per usare un linguaggio più attuale). Un terzo livello si può scorgere nel pesce rosso che il Sinda-Chi si sforza di rianimare dopo una brutta scossa, evidentemente concordando con il messaggio del film per cui una vita è sempre una vita, per quanto piccola o numericamente insignificante. Ma in questa scala di piani e dimensioni, ci siamo anche noi e il nostro pianeta: un minuscolo granello che fluttua nell'universo.
I registi Jimmy Hayward (ex Pixar) e Steve Martino hanno creato una pellicola deliziosa, memore del meglio di Robots ma piena di novità. Un cenno speciale va a Jo-Jo, il più piccolo dei Chi, che assomiglia al transfuga di un film di Tim Burton, e ai due Vlad, un tocco di genio comico. In Italia, la voce di Christian De Sica dà cittadinanza a Roma all'elefante senza fargli del male. Eppure, mai come questa volta, la forza è nel contenuto: due protagonisti che non s'incontrano mai ci spingono a riconoscere che esiste anche ciò che non si vede e non si tocca. Si chiama immaginazione. Senza di lei, non esisterebbero né Ortone né la scettica Cangura e, forse, a ben pensarci, non ci saremmo neanche noi.

A Caserta: Cinema Duel

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Solo un bacio per favore

Un film di Emmanuel Mouret. Con Virginie Ledoyen, Stefano Accorsi, Emmanuel Mouret, Julie Gayet, Michaël Cohen, Frédérique Bel, Mélanie Maudran.
Genere Sentimentale - Francia, 2007. Durata 97 minuti circa.


L'operetta morale e sentimentale di Mouret non perde mai interesse per quel bacio rimandato per 97 minuti
Emilie e Gabriel si incontrano per caso e si piacciono. Subito. Molto. Cenano insieme e proseguono, morigerati, la serata in camera di Emilie, in viaggio per lavoro.
di Marzia Gandolfi


Emilie e Gabriel si incontrano per caso e si piacciono. Subito. Molto. Cenano insieme e proseguono, morigerati, la serata in camera di Emilie, in viaggio per lavoro. Gabriel vorrebbe congedarsi con un bacio che Emilie gli nega. Perché? Perché un bacio può scatenare reazioni a catena e conseguenze imprevedibili. È stato così per Nicolas e Judith, i protagonisti amanti della storia di Emilie. La testimonianza della liasion dangereus chiarisce a Gabriel il rifiuto della donna ma non spegne il desiderio di baciarla.
Che cos'è un bacio? Possiamo intanto dire cosa non è per il regista francese, Emmanuel Mouret: non è "un apostrofo rosa fra le parole t'amo", non è un gesto che mette in moto trentaquattro muscoli e provoca, se appassionato, fino a centoventi battiti al minuto, non è un segno affettivo. È invece un fattore chimico scatenante, in particolare se si tratta del primo. Emilie, come ogni donna, è consapevole della sua importanza per interpretare la compatibilità con Gabriel. Un bacio dato bene la convincerà ad approfondire la relazione, un bacio insoddisfacente la scoraggerà.
L'"operetta morale" e sentimentale di Mouret non perde mai interesse per quel bacio sospeso e rimandato per novantasette minuti, che trasmette agli amanti in potenza una serie di importanti informazioni sulle quali il film si interrompe. Se le conseguenze del bacio della coppia raccontata da Emilie a Gabriel sono esposte e confessate, l'effetto dello scambio chimico e romantico tra i due protagonisti indugia sul volto della donna nel lungo primo piano dell'epilogo.
La lettura di Emilie ci resta ignota, la scelta di unirsi romanticamente a Gabriel pure. Le sollecitazioni chimiche dell'atto romantico rimangono frustrate per lo spettatore, libero di concludere il percorso narrativo degli amanti: lasciare Emilie inchiodata in primo piano o affrancarla dalla strategia femminile e proiettarla lungo il corridoio dell'albergo a cominciare l'amore.
La raffinata misura dei mezzi espressivi dello stile francese incontra i gesti inquieti e gli sguardi febbrili di Stefano Accorsi, marito italiano e tradito di Judith, che abbandona l'espressione (quasi sempre) enfatizzata ed esasperata dello stile nazionale.

A Caserta: Big Maxicinema (Marcianise)

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I demoni di San Pietroburgo

Un film di Giuliano Montaldo. Con Miki Manojlovic, Carolina Crescentini, Roberto Herlitzka, Anita Caprioli, Filippo Timi, Patrizia Sacchi, Sandra Ceccarelli, Giovanni Martorana.
Genere Drammatico - Italia, 2007. Durata 118 minuti circa.


Tra biografia e bibliografia, Montaldo si serve della letteratura di Dostojevskij per affrontare un discorso politico
San Pietroburgo, 1860. Dopo un attentato che provoca la morte di un membro della famiglia imperiale, Dostojevskij incontra un giovane ricoverato in un ospedale psichiatrico che gli rivela di essere un terrorista e che si sta preparando un altro attentato.
di Marianna Cappi


Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

In un giorno di nebbia del 1860, Fjodor Mikhajlovic Dostojevskij varca la soglia dell'ospedale psichiatrico di San Pietroburgo per incontrare un presunto folle, Gusiev, che lo ha contattato per lettera. Al suo amato scrittore, il giovane confessa, pentito, di aver fatto parte del gruppo terroristico che ha da poco assassinato il principe e che sta preparando l'omicidio del granduca. Il progetto prevede l'annientamento dell'intera famiglia imperiale e il solo modo per sventarlo è fermare il capo dei rivoltosi, una donna di nome Aleksandra. Sconvolto da questa notizia, pressato dall'aguzzino a cui deve consegnare un romanzo entro cinque giorni, Dostojevskij ingaggia una lotta con i suoi demoni: la colpa, il dubbio, il passato, la malattia.
Giuliano Montaldo torna al cinema, perseguitato a sua volta dal demone di un progetto che, presente da lungo tempo nella sua mente, scalpitava per venire alla luce. Ideato da Andrei Konchalovsky, I demoni di San Pietroburgo è insieme la storia di un uomo, la lettura di un artista e l'affresco di una Storia, che non smette di ripetersi.
Mescolando biografia e bibliografia, Montaldo si serve della più grande voce della letteratura russa per affrontare un discorso politico che, in ultima istanza, raccomanda di cercare l'Uomo e di fuggire dall'adesione cieca agli ideali astratti, scorciatoia fatale verso il delirio d'onnipotenza e la violenza. Come Dostojevskij, anche Montaldo non si è mai sottratto all'impegno sociale e ha fatto della propria arte un veicolo di passione e di riflessione scoperta, e ora può permettersi, dall'alto dell'età e dell'esperienza, di interrogarci tutti, con un'opera che ha la pretesa del classico e una forma che si mette interamente al servizio di questa pretesa.
In linea con le scelte letterarie ed eleganti della Jean Vigo Italia, ma anche con una forte tendenza all'illustrazione, il film afferma, nel dialogo e nel senso, che la vita è infinitamente più ricca di un romanzo, ma - miracolo - l'arte del racconto serve proprio a rendere più verosimili i fatti della vita. È impossibile non leggere in queste righe un'intenzione d'autore, ma altrettanto impossibile è non decretare, varie volte nel corso del film, il fallimento di quest'intenzione.
L'impianto marcatamente teatrale, che posiziona gli attori al centimetro, spoglia I demoni di San Pietroburgo della verosimiglianza che evoca e di cui necessiterebbe, dando luogo, talvolta, a sequenze dalla dinamica astrusa (il salvataggio del compagno prigioniero in Siberia) o eccessivamente verbosa.
Suggestivo nella fotografia e nell'ambientazione, ridondante nella metafora (l'aquila della libertà), a tratti appassionante e a tratti solo appassionato, il film di Giuliano Montaldo è un percorso leggermente faticoso, come quello delle tante scale che mette in scena. La salita vale la pena perché, in cima, ci sono Miki Manojlovic (Dostojevskij) e Roberto Herlitzka (Pavlovic), che danno, col solo volto, tutte le sfumature che mancano al testo.

A Caserta: Big Maxicinema (Marcianise)

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Sotto le bombe

Un film di Philippe Aractingi. Con Nada Abou Farhat, Georges Khabbaz, Rawya El Chab, Bshara Atallah.
Genere Drammatico - Francia, Gran Bretagna, Libano, 2007. Durata 98 minuti circa.


Un ottimo film neorealista realizzato in stretta continuità temporale con gli eventi messi in scena
Libano, 2006. All'indomani dell'annuncio del cessate il fuoco tra l'esercito israeliano e i militanti Hezbollah, una donna parte da Dubai alla ricerca disperata della sorella e del figlio.
di Marzia Gandolfi


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Libano, 2006. All'indomani dell'annuncio del cessate il fuoco tra l'esercito israeliano e i militanti Hezbollah, Zeina parte da Dubai alla ricerca disperata della sorella e del figlio. Giunta in Libano, attraverso la Turchia, incontra un tassista disposto a condurla per trecento dollari nel sud del paese. Tony e Zeina intraprenderanno un viaggio nel cuore di una terra martoriata dalle bombe, imparando a conoscersi e affrontando insieme un futuro incerto.
Esistono film "di guerra" realizzati ad una certa distanza temporale dal momento storico messo in scena e altri prodotti se non contemporaneamente ai conflitti stessi, in stretta continuità temporale. Se prendiamo come termine d'esempio la Seconda Guerra Mondiale, Salvate il soldato Ryan risulta un buon esempio di film "diacronico", Sotto le bombe del regista franco-libanese Philippe Aractingi può essere a ragione inteso quale film "sincronico". Al di là dell'arbitrarietà che simili operazioni di categorizzazione si portano dietro, Sotto le bombe è stato davvero pensato dal suo autore durante il terzo conflitto armato israelo-libanese e realizzato in stretto rapporto, anche cronologico, con l'evento traumatico. Nonostante la generazione dell'opera in evidenti condizioni di urgenza emotiva e creativa, presupposto dichiarato a partire dal titolo, Sotto le bombe non viene confezionato in termini di propaganda.
Per nulla disposto a puntare il dito contro Israele o Hezbollah o a farsi portatore di una qualche rilevante valenza ideologica, Aractingi riflette sui modi di percezione della violenza da parte dei civili, estranei alle logiche geopolitiche delle potenze in conflitto. Il punto di vista è quello di una "platea" quotidianamente ferita da quelle stesse logiche.
Assimilata la lezione neorealista (la costruzione di un nuovo statuto del verosimile inteso a fare apparire più "realtà" sullo schermo) e disertato l'universo tradizionale dei teatri di posa, il regista introduce due attori in ambienti autentici integrandoli con i rifugiati: uomini, donne e bambini che interpretano se stessi. Il primo piano riguarda l'anima umana, immersa fino al collo nelle macerie e nella polvere alzata dalle bombe e nel vuoto morale e civile della società contemporanea. Il taxi di Tony, che accoglie, ricovera e accompagna la speranza di una madre sciita di ritrovare il suo bambino, è un'arca scampata a un diluvio di bombe, un mondo uterino dove persino il tassista cristiano acquieta la sua angoscia e sogna una "resurrezione". È anche e ancora il luogo dove resistere, ricercando quello che si è perso, un figlio o un fratello, il luogo dove riscoprire l'intimità e la dolcezza di cui i protagonisti avevano disperatamente bisogno.
La leggerezza e l'economicità delle nuove tecnologie hanno offerto all'autore condizioni ideali per condurre il cinema in un territorio pericoloso dove non sarebbe mai arrivato. Sotto le bombe e sopra le rovine, dentro i centri di accoglienza e in prossimità di ponti crollati aleggia infine un'insostenibile precarietà del vivere, sostituita nella dissolvenza in nero dell'epilogo con una pulsione alla vita: la carezza di un orfano a una madre privata di un figlio.

A Caserta: Big Maxicinema (Marcianise)

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Il cacciatore di aquiloni

Un film di Marc Forster. Con Khalid Abdalla, Homayoun Ershadi, Shaun Toub, Atossa Leoni, Saïd Taghmaoui, Zekiria Ebrahibi.
Genere Drammatico - USA, 2007. Durata 131 minuti circa.


La storia dei due amici afgani che ha commosso milioni di lettori nel mondo rimane fedele sullo schermo
La storia di amicizia e separazione di Amir, ragazzo afgano pashtun di Kabul, e Hassan, figlio del suo servo hazara.
di Giancarlo Zappoli


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Kabul 1978. Amir è figlio di Baba, un uomo facoltoso di etnia Pashtun. Il suo migliore amico è Hassan, figlio del servitore di casa e appartenente alla inferiore etnia degli Hazara. Entrambi amano molto far volare gli aquiloni per i quali sono previste gare che coinvolgono molti ragazzi della città. Il vincitore è chi riesce a far restare il proprio aquilone in volo per ultimo dopo che tutti gli altri hanno avuto il filo tranciato. Amir, che ha ritrovato la stima di suo padre proprio in seguito alla vittoria (insieme ad Hassan) nella gara più importante di lì a poco assiste (senza avere il coraggio di intervenire) alla sodomizzazione di Hassan da parte di un terzetto di ragazzi ricchi e razzisti. Da quel momento si porterà dentro un senso di colpa che lo allontanerà dall'amico che vede come denuncia vivente della sua vigliaccheria. Finché un giorno, trasferitosi negli Stati Uniti e divenuto scrittore di successo, gli giungerà una telefonata.
Premessa: non bisognerebbe mai aver letto prima il libro da cui un film è tratto. Perché, pur non volendolo, si finisce con il fare confronti che andrebbero evitati dato che si tratta di due forme di comunicazione molto diverse. Come centinaia di migliaia di italiani però ho letto il libro di Khaled Hosseini. E, consapevole della tentazione, proverò a dividere la recensione in due parti. La prima (che è ineludibile ma che lo spettatore che non conosce il romanzo può non tenere in considerazione) mi spinge a pensare che Marc Forster, pur avendo realizzato un film più che dignitoso, non riesce a restituire (nella inevitabile sintesi della sceneggiatura che, ad esempio, quasi elide la difficoltà d’inserimento del protagonista della parte finale) l'emozione complessa che il libro suscita nel lettore. La vicenda che giunge sullo schermo è assolutamente fedele ma è come se nelle pagine fosse rimasto un vissuto, un sentire, un'atmosfera che il regista occidentale non è riuscito a tradurre in immagini.
Se però si prova ad allontanarsi dalla parola scritta e si pensa al film in sé allora si apprezzano senz'altro l'intensità di un attore come Homayoun Ershadi nel complesso ruolo del padre di Amir oppure la scena della gara degli aquiloni in cui, vedendo tutta la città partecipe del gioco dei ragazzi, non si può non pensare che anche questo venne proibito dai Talebani una volta giunti al potere. Così come si passa sopra all'omertà sulle armi fornite dagli americani a questi ultimi quali forza di contrasto nei confronti dei Sovietici colpiti come si è dalla convinta bravura dei due giovani interpreti. I quali hanno rischiato gravi sanzioni (sono entrambi afgani) per aver partecipato alla scena della sodomizzazione (peraltro trattata con grande delicatezza visiva nel film).
Si resta poi piacevolmente affascinati dalla ricostruzione della Kabul anni Settanta realizzata girando inÂ… (sembra difficile crederci vedendo il film ma se avete la pazienza di seguire lo scorrere dei titoli di coda lo verificherete direttamente) Cina. Ovviamente nei territori di confine con l'Afghanistan.

A Caserta: Faro (San Cipriano d Aversa)

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La volpe e la bambina

Un film di Luc Jacquet. Con Bertille Noël-Bruneau.
Genere Commedia - Francia, 2007. Durata 90 minuti circa.


Una favola tradizionale e godibile, sulla natura e la sua contemplazione
La favola dell'amicizia tra una volpe e una bambina, sullo sfondo di una natura maestosa.
di Matteo Treleani


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Una bambina dai capelli rossi, nelle sue passeggiate nel bosco incontra una volpe, impara a conoscerla e amarla. La volpe e la bambina è una storia sull'amicizia, tra uomo e animale e sui limiti di un rapporto che spesso sfocia nella possessione.
Dopo aver mostrato l'umanità dei pinguini in una marcia da Oscar (La marcia dei pinguini, 2005) Luc Jacquet racconta una favola in maniera tradizionale, ispirandosi in parte al "Piccolo principe", pur senza quel fondo di malinconia che marca l'opera di Saint Exupery, e molto a Walt Disney. Impossibile restare indifferenti ai paesaggi maestosi di boschi e montagne. Certo, il messaggio di Jacquet è fin troppo esplicito e pedagogico. La voce fuori campo sembra ridondante anche per i bambini (di cui sottovalutare l'acume è senza dubbio un passo falso) e la pedanteria con cui la narrazione rende ogni passo moralistico, oltre che inutile, disturba la percezione del film.
Ma l'interesse de La volpe e la bambina, al di là dell'amore per la natura che trasmette, è per il modo in cui la presenta. Dando giustamente per scontato il valore del messaggio, il film suggerisce la contemplazione, lenta e posata, dei ritmi della foresta e della vita degli animali. Jacquet prende il suo tempo per filmare i paesaggi che ama, lascia sprofondare gli occhi nei boschi e abituarli all'oscurità delle grotte. Il raccoglimento solitario della bimba nella natura, alla scoperta di una vita sconosciuta anche se vicina, ha un qualcosa di sorprendentemente inattuale.
Nella frenesia e frammentarietà del mondo dell'immagine contemporaneo, la concentrazione che richiede La volpe e la bambina, soprattutto per i più piccoli, non può che far piacere.

A Caserta: Big Maxicinema (Marcianise)

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Ci sta un francese, un inglese e un napoletano

Un film di Eduardo Tartaglia. Con Eduardo Tartaglia, Veronica Mazza, Regina Bianchi, Biagio Izzo, Mario Porfito, Teresa Del Vecchio, Genti Kame, Elian Khan, Eddie Roberts.
Genere Commedia - Italia, 2007. Durata 95 minuti circa.


Due spose per Salvatore: a Napoli il letto ha tre piazze
In un campo di prima accoglienza profughi di una Forza multinazionale in missione di pace vicissitudini e avventure di un gruppo di soldati.
di Marianna Cappi


Consigliato: No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Nel buio della notte, in un campo profughi di un paese mediorientale, tre militari - un inglese, un francese e un napoletano - si apprestano a sorteggiare chi di loro si dovrà impegnare in una delicata missione di salvataggio. La sorte - dea capricciosa e meschina - sceglie il napoletano Salvatore e lo trasforma nell'eroe che, per salvare la vita ad una ragazza incinta abbandonata da un tenente inglese disperso o fuggito, dovrà portarla prima all'altare e poi in Italia, a casa propria. Un gesto umanitario, un matrimonio pro-forma, certo, ma anche una convivenza forzata che getta su tutte le furie la decennale fidanzata di Salvatore, Nunzia detta Noemi.
La straordinaria bellezza della sposa straniera (Majena alias Elian Khan), l'interesse del cugino Enzino (Biagio Izzo) e l'intrusione del francese Jean André, che si mette a far la corte a Noemi, complicano all'inverosimile il compito del povero Salvatore, costringendolo, anche dopo essersi spogliato della divisa, ad affrontare una vera e propria missione impossibile.
Trasposizione sul grande schermo dell'omonima pièce teatrale, Ci sta un francese, un inglese e un napoletano si avvia come l'incipit di una barzelletta ma solleva, strada facendo, un polverone di equivoci e girotondi comici, sullo sfondo della tragedia delle tragedie: la guerra. Al centro, nell'occhio del ciclone, l'autore e attore Eduardo Tartaglia, nel ruolo del tapino dal cuore grande, affiancato dalla compagna di vita e di scena Veronica Mazza, che ritaglia per sé, con apprezzabile auto-ironia, la parte della fidanzata beffata.
L'atmosfera partenopea chiama l'esagerazione, dei modi e dei toni, ma la commedia si mantiene su un registro estraneo alla volgarità e ha la grande virtù di non ambire a traguardi impossibili, misurandosi sui propri limiti. L'impianto resta fortemente teatrale, la Napoli messa in scena è quella della cartolina turistica (ad uso di Majena, dunque giustificato) o della dimensione domestica, all'interno della quale si scatena la tradizionale ingerenza della famiglia nel privato di una coppia (qui già allargata forzatamente ad insolito ed involontario triangolo). Ogni finezza cinematografica è estranea, ignota.
L'aspetto più prezioso del film s'individua facilmente nei duetti tra Tartaglia e la Mazza, entrambi grandi interpreti, capaci di muoversi su registri diversi, dal farsesco al patetico, dal melodrammatico al romantico, anche all'interno della stessa sequenza.
Ai pochi mezzi produttivi supplisce l'evidente divertimento del cast, che si trasmette allo spettatore, risarcendolo, almeno in parte, di una trama forse più adatta ad un episodio televisivo che ad una sortita cinematografica.
Farà anche il verso alle migliori abitudini verbali napoletane, ma è il film più urlato che memoria ricordi.

A Caserta: Cinepolis (Marcianise) | Big Maxicinema (Marcianise)

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Centochiodi

Un film di Ermanno Olmi. Con Raz Degan, Luna Bendandi, Amina Syed, Michele Zattara, Damiano Scaini, Franco Andreani.
Genere Commedia - Italia, 2007. Durata 92 minuti circa.


Ultimo film di finzione per il maestro Olmi
Amicizia, amore e vita quotidiana di un giovane professore alle prese con una nuova, necessaria, vita.
di Giancarlo Zappoli


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Un giovane e attraente professore universitario di filosofia si rende improvvisamente irreperibile. È infatti ricercato per un reato del tutto insolito: ha letteralmente inchiodato al pavimento e ai tavoli di una biblioteca ricca di antichi manoscritti e incunaboli quegli stessi volumi preziosi che avevano nutrito la sua formazione. Mentre i carabinieri lo cercano, il professore trova rifugio sulle rive del Po, a Bagnolo San Vito, dove una piccola comunità gli offre riparo e accoglienza.
Ermanno Olmi, classe 1931, ha deciso, da spirito libero quale è sempre stato: Centochiodi è il suo ultimo film di fiction. D'ora in avanti tornerà al primo amore o, meglio, al mezzo espressivo che per primo ha incontrato sulla sua strada artistica: il documentario. Ecco allora che questa 'storia' diventa una sorta di testamento autoriale. Cosa preme di più al settantaseienne autore? Gli preme, ancora una volta, guardare alla Fede attraverso l'uomo. Un uomo liberato dal vincolo del rigore della Legge che, per interessi del tutto umani, si pretende essere metro di tutte le cose. La parola, la parola scritta, codificata nei libri non vale un caffè con un amico. Olmi contro la lettura quindi? Assolutamente no. Olmi contro l'agitare i Libri (di qualsiasi fede e religione) per nascondere dietro quelle pagine, di cui ci si proclama unici e indefettibili interpreti, progetti di egemonia culturale o politica. Il Sacro per il regista è troppo importante per essere chiuso entro limiti. "Ma pur necessari, i libri non parlano da soli" afferma l'epigrafe che apre il film.
Chi parla veramente al cuore e alla mente del protagonista, un Gesù Cristo in autoesilio dal mondo freddo della 'Cultura', sono quegli umili che vivono sulle sponde del Po (fiume amato da Olmi che già ne aveva cantato la magia in un documentario) che sono capaci di accogliere con piena naturalezza (senza neppure far mancare quella carnalità che può anche sfociare nel motteggio volgare) lo Sconosciuto. Magari anche aiutandolo a riparare un tugurio, ricevendo poi in modo disinteressato la sua solidarietà nel difendere quegli argini che il mercantilismo cieco vorrebbe deturpare. È proprio in questa genuina umanità che si rispecchia il senso della vita secondo Olmi ed è un po' un peccato che il doppiaggio delle fasi iniziali del film e quello del valido Raz Degan (a riprova che i Maestri sanno trovare il talento là dove altri hanno visto solo l'esteriorità) in qualche modo ne falsino la compattezza, non solo stilistica ma anche sonora. Meglio sarebbe stato se Degan avesse parlato in quel suo italiano stentato che lo avrebbe fatto diventare un 'Cristo' venuto da lontano e ancor più pronto (rispetto a quello un po' declamatorio che ci offre il doppiatore) a 'imparare' dall'uomo che fa del dialetto il mezzo di comunicazione della sua saggezza popolare. Nonostante questo il film rimane nella mente e nel cuore spingendoci ad attendere il suo ritorno sugli schermi con i documentari che già sta realizzando.

A Caserta: Cinema Don Bosco

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John Rambo

Un film di Sylvester Stallone. Con Sylvester Stallone, Julie Benz, Paul Schulze, Matthew Marsden, Graham McTavish, Ken Howard, Rey Gallegos, Tim Kang, Jake La Botz.
Genere Azione - USA, Germania, 2008. Durata 93 minuti circa.


Il ritorno dell'eroe in action di Stallone, fuori tempo massimo e patetico ma proprio per questo commovente e malinconico
Il reduce del Vietnam John Rambo è ora costretto a difendere, sotto richiesta di alcuni missionari, alcune isole minacciate dall'invasione di pirati senza scrupoli.
di Marzia Gandolfi


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

John Rambo non è più tornato a casa. L'ex reduce del Vietnam vive al confine tra la Tailandia e la Birmania e risale il fiume Salween per cacciare serpenti velenosi. L'ozio catartico del guerriero è turbato da un gruppo di missionari laici, guidati dalla bionda e idealista Sarah Miller, che vorrebbe raggiungere e soccorrere alcuni villaggi birmani vessati da un sadico regime militare. La missione di pace verrà duramente interrotta dai soldati di Burma. Messo insieme un esercito di mercenari, Rambo e compagni si imbarcheranno in un'impresa (apparentemente) suicida.
"Non si può vivere tutta la vita sopra una sella, bisogna fermarsi da qualche parte…" e così anche John Rambo ha trovato un luogo fisico e una condizione dell'anima dove cominciare progressivamente a invecchiare. Ma poi Stallone lo ha stanato e lo ha motivato con nuovi sviluppi narrativi. Così Rambo è tornato, sempre più stanco, sempre più in crisi, sempre più incazzato. Con la chiamata alle armi ritorna pure l'incubo della rimozione esplicitata dall'attore-regista attraverso l'evidenza del flashback, che rinnova al giovane spettatore come al vecchio e nostalgico, le vite precedenti del reduce belligerante del cinema americano anni Ottanta.
Ri-vediamo il Rambo di Ted Kotcheff, veterano in cerca di un pacifico reinserimento, avversato ed emarginato dalla società, il reduce John del secondo episodio, disadattata macchina bellica che torna nuovamente utile al governo e all'esercito, e l'implacabile Rambo III di Peter MacDonald, in ritardo ideologico sugli avvenimenti della politica internazionale (la Perestojka), che convertiva in "amico" il nemico russo.
Il John Rambo ritrovato del titolo è una maschera (di dolorose metamorfosi) la cui referenza deve essere cercata all'interno del genere (quello dei "soldati in azione" dell'action movie degli anni Ottanta) e non rispetto alla società che la produce. L'eroe in action di Stallone, lanciato contro l'esercito militare birmano che da sessant'anni uccide, tortura, stupra, umilia e mutila la popolazione Karen, è fuori tempo massimo ma proprio per questo commovente, patetico e patibile: un corpo votato a tutte le esperienze del dolore e a ragione di questo capace di suscitare un sentimento di malinconica compassione. John Rambo è "il nostro che arriva" da un passato leggendario in un presente ordinario che non prevede la possibilità di esistenza dell'eroe. Soddisfatto il desiderio di catarsi dello spettatore con l'orribile punizione che occorrerà al perfido antagonista, Rambo lascia il passo alla modernizzazione incipiente, imboccando solitario la strada di casa, meta e figura fondamentale del cinema americano. Come Rocky, anche Rambo esce di scena recuperando (nel titolo) nome e identità.

A Caserta: Iride (Riardo)

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Lascia perdere, Johnny!

Un film di Fabrizio Bentivoglio. Con Antimo Merolillo, Ernesto Mahieux, Lina Sastri, Roberto De Francesco, Luigi Montini, Flavio Bonacci, Ugo Fangareggi, Daria D'Antonio, Peppe Servillo, Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Toni Servillo.
Genere Commedia - Italia, 2007. Durata 104 minuti circa.


Il brillante esordio alla regia di Bentivoglio è il racconto malinconico e musicale di un'epoca e dei suoi sogni inseguiti
Anni '70. Faustino tenta in ogni modo di affermarsi nel campo musicale, ma all'orizzonte ci sono soltanto fischi e insuccessi. Fino al giorno in cui l'impresario Raffaele Niro gli darà una possibilità…
di Pierpaolo Simone


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Caserta, seconda metà degli anni '70. Il maestro d'orchestra - nonché bidello - Domenico Falasco, è autore di una singolare teoria che confida con sapienza a uno dei suoi giovani più promettenti, il diciottenne Faustino, in attesa di un contratto di lavoro per evitare la chiamata di leva. Più che teoria, in realtà, si tratta di un bizzarro consiglio: far valere il proprio talento e accettare solo "serate" nei luoghi di mare, perché è là che vanno davvero i bravi musicisti. Il giovane Faustino, però, continua a essere il tuttofare di Raffaele Niro, un impresario poco affidabile che un giorno torna nella sua Caserta con un ingaggio davvero straordinario: il famoso maestro Augusto Riverberi, eccezionale pianista ed ex amante di Ornella Vanoni, arriverà in città per esibirsi con la sua "piccola orchestra" di trenta elementi. Per il giovane talento, orfano di padre, è il momento di far sul serio.
Occhiate malinconiche, sguardi musicali e passione, ma anche povertà e disagio di chi non ha fatto il "boom", nel racconto di un'epoca (in)felice come tante, dove la solitudine non rappresentava ancora la merce di scambio dello sciacallaggio televisivo. Parte così l'esordio alla regia di Fabrizio Bentivoglio, uno che nella vita ha fatto di tutto e che, con questo Lascia perdere, Johnny, debutta con forza nel panorama cinematografico italiano. Storia di un'ordinaria ricerca di successo, dei sogni inseguiti e raggiunti nello sfondo di un sud povero ma dignitoso, dove si respira ancora l'aria genuina di un passato lontanissimo. Difficile definirne i confini. Gradevole e divertente, malinconico e stralunato, si avvale del miglior cast possibile: i fratelli Servillo, Valerio Golino, Ernesto Mahieux e, per la prima volta sullo schermo, un giovane e bravo Antimo Merolillo.
Impeccabile la regia (davvero interessante per essere un “esordiente”) e la fotografia, ancora una volta passata per le mani sapienti di Luca Bigazzi. Ritmo e ironia si fondono insieme a una colonna sonora sussurrata con rispetto e discrezione. Forse – a voler esser critici – qualche pastrocchio in sceneggiatura poteva essere evitato asciugando un po’ la pellicola, rendendo meno frettolosa l’ultima parte e puntando di più sulla forza dei personaggi: una galleria di facce degna del nostro cinema migliore. In fondo, se è vero che non si è mai perduti abbastanza finché si ha una storia da raccontare, è altrettanto vero che, a raccontarne troppe, si rischia di lasciar dei vuoti che neanche la più fervida immaginazione riesce a colmare.

A Caserta: Vittoria (Aversa)

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